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La "Geopolitica dell'Empatia": perché comprendere la cultura dell'altro è l'unico vero antidoto ai conflitti

Non di rado, per esigenza o curiosità, ci ritroviamo a osservare delle cartografie per individuare dei confini, per comprendere quali siano le principali risorse naturali di un territorio o, nel caso degli addetti ai lavori, per cercare di distinguere gli schieramenti militari. Ciò che talvolta ignoriamo è che dietro ogni linea, simbolo o colore rappresentato su una carta o un atlante, batte il cuore di una cultura, di una lingua e di un’identità: la memoria collettiva. Essa non può essere ridotta esclusivamente a una coordinata GPS.

È qui che emerge l’importanza dell’intelligence culturale, sovente confinata ai circoli ristretti della diplomazia o delle organizzazioni di sicurezza. L’intelligence culturale è, in realtà, una forma di sopravvivenza: senza di essa, lo studio e la pratica della geopolitica restano un mero esercizio, talvolta freddo, simile a una partita a scacchi in cui le "pedine" sono afflitte dal male dell'insicurezza perenne. Comprendere l'Alterità non significa necessariamente condividerla in maniera forzata, bensì avere il buon senso di riconoscerne le radici profonde, le paure e le legittime ambizioni.

In un mondo che tende costantemente al conflitto, tra la polarizzazione e la disgregazione delle differenti regioni geopolitiche, fermarsi ad analizzare e interpretare i contesti culturali rappresenta un atto morale ed eticamente rivoluzionario. Solo così possiamo trasformare uno scontro — non solo politico, militare ed economico — in un dialogo tra culture. Non dobbiamo dimenticare che parlare di pace non significa soltanto firmare trattati, ma costruire canali di comunicazione tra diverse realtà e sforzarsi nella quotidiana comprensione della complessità.

La chiamiamo Geopolitica dell’empatia.

Fonti
  1. Council on Foreign Relations (CFR).
  2. Hofstede Insights.
  3. UNESCO (Diversity of Cultural Expressions).
  4. Chatham House.
  5. C. Geertz, Interpretazione di culture, trad. it. di E. Bona, Il Mulino, Bologna, 1998 (ed. or. 1973).

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