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lunedì 18 aprile 2016

Il dramma Regeni e il deficit della politica estera italiana


Fonte: La Repubblica






Ho molto riflettuto prima di scrivere questo post e non poche sono state le mie riserve etiche nell'affrontare un tema di siffatta delicatezza, soprattutto perché il tema portante è la morte di un giovane ricercatore, Giulio Regeni, rapito in Egitto il 26 gernnaio 2016 e ritrovato esanime il 3 febbraio, lungo l'autostrada che da El Cairo porta ad Alessandria.

Regeni è deceduto in seguito alle gravi violenze subite durante la sua prigionia in Egitto.

Era uno studioso, un intellettuale al quale interessava il Mondo e interessava conoscere l'Altro.

Conduceva una ricerca riguardante l'universo sindacale egiziano e si trovava nel Paese nordafricano, proveniente dall'università di Cambridge. In loco afferiva all'Università americana del Cairo.

Molte domande, vere o presunte tali, rappresentano il paradigma di una trappola funzionale all'allontamento di una verità che forse non sarà mai raggiunta.

È stata un'operazione estemporanea da parte di un gruppo di crimanali comuni i quali hanno scelto casualmente, per futili motivi, di far del male al giovane ricercatore? Volevano forse impadronirsi dei suoi effetti personali?

È forse stato un sequestro a scopo di estorsione, nei confronti di un Paese, l'Italia, che – come spesso si vocifera - paga volentieri i riscatti per liberare i propri connazionali?

E se questo fosse vero, chi potrebbe aver pianificato il sequestro? Qual è la motivazione?

Poche e semplici domande. Indefinite le risposte, reali o di circostanza.

Tante le piste devianti e tra queste c'è anche quella dell'omosessulaità. Una delle tante ombre che si confondono con le tante bugie e come spesso accade in questi casi, la bugia diviene uno strumento strategico, oltrechè tattico. Ci troviamo dinanzi all'indefinibile banda color grigio, frontiera tra la verità e la realtà.

Povero Regeni! L'hanno toturato e poi ucciso, e come si conviene in questi casi, il segreto è mascherato da mistero.

Ci troviamo dinanzi alle solite quanto inconfessabili ragioni del fato?

Mi vengono in mente alcune riflessioni.

La prima è che in Italia, diviene rituale ripetere le medesime argomentazioni ogni qualvolta che ci si trovi dinanzi al fatto compiuto: qual è il nostro valore di player internazionale? Il nostro deficit nella politica estera è palesemente esoso, tale da rendere l'Italia un Paese dalla scontata debolezza sul piano geopolitico e geostrategico.

La seconda è che un nostro connazionale è rimasto vittima di un non meglio definito gruppo di sequestratori e successivamente barbaramente assassinato: una brutale normalità che allontana la verità.

La terza è che noi italiani, attraverso i nostri attori istituzionali, perpetrando l'effetto “struzzo”, rischiamo di contribuire all'allontanamento della verità: tra le tante ipotesi, risalta quella del giornalista investigativo, Marco Gregoretti, secondo la quale il giovane ricercatore fosse in realtà un uomo servente una qualche struttura d'intelligence.

Io non ho le prove concrete per poter dimostrare un'ipotesi di questo tipo, ma posso certamente fare un ragionamento sul piano storico, frutto di anni di ricerca e pubblicazioni:
figure come quella dell'accademico e in particolar modo con lo status del ricercatore, hanno rappresentato in determinati casi, l'ambigua posizione di chi ha avuto la capacità di servire contemporaneamente più padroni; porto l'esempio di George Edward Taylor, sinologo dell’Università di Washington che insieme alle antropologhe Margaret Mead e Ruth Benedict, durante il secondo conflitto mondiale, prestò servizio presso l'Office of War Information (OWI), la struttura complementare all’OSS, agenzia antesignana della CIA, in particolar modo operativa nell' Estremo Oriente.

Così come dimostra la Storia, quello del ricercatore è stato, e lo è ancor oggi, un pericoloso habitus che si presta ai crudeli equivoci, quale potrebbe essere la sovrapposizione con la veste di copertura adottata in campo istituzionale dalle persone impegnate nei giochi complessi e semplicisticamente definite spie.

Non so chi fosse e cosa realmente facesse il povero ricercatore Giulio Regeni, ma certamente qualcuno, perdendo lo stato della ragione nella labirintica Ragion di Stato, potrebbe aver sacrificato la sua innocente vita.

Paolo Sannia