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Media e potere nel conflitto tra U.S.A. - Israele e Iran

Il conflitto che vede contrapposti da un lato Stati Uniti e Israele e dall’altro l’Iran ha ormai superato i confini fisici del campo di battaglia. Non sono solo i droni a dettare l’agenda, ma i pixel e le narrazioni: la guerra mediatica è diventata il vero baricentro dello scontro. Osservando con attenzione i flussi OSINT di queste ultime settimane, si nota una spaccatura netta nel modo in cui le due fazioni scelgono di raccontare (e raccontarsi) al mondo.

L’asse composto da Washington e Tel Aviv sembra muoversi secondo una strategia precisa: quella della "normalizzazione". Quando leggiamo i principali media occidentali, le operazioni vengono spesso descritte come mosse puramente difensive o atti dovuti. Si usa un linguaggio quasi chirurgico, freddo, che punta i riflettori sui successi tecnologici mentre finisce per anestetizzare l'orrore delle perdite tra i civili. È un modo per rendere la guerra accettabile, trasformandola in una questione di precisione millimetrica piuttosto che di vite umane.

Teheran, però, gioca una partita completamente diversa e decisamente più asimmetrica. Non potendo contare sulla stessa influenza istituzionale in Occidente, punta tutto sulla pancia dell'opinione pubblica, specialmente quella americana. Attraverso i social passano video generati dall'intelligenza artificiale e meme pensati per colpire i nervi scoperti di una popolazione già stanca dei conflitti. Il loro obiettivo? Alimentare il dissenso interno e creare crepe politiche nei paesi avversari.

Alla fine, la differenza è tutta qui: se l’Occidente prova a blindare la propria verità sfruttando il peso delle istituzioni, l’Iran scommette sulla viralità del dubbio. Vi siete mai chiesti quanto pesi davvero un post rispetto a un missile? In questo scenario, l’informazione ha smesso di essere un semplice resoconto della realtà: è diventata l'ingranaggio che la costruisce, trasformando ogni contenuto digitale in un’arma di pressione psicologica capace di arrivare ovunque.


Fonti

Al jazeera media institute

Brookings institution

Uk House of Commons Library

IWPR (Institute for War and Peace Reporting)

CSIS & IISS

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